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Fabbrica italiana automobili è il nome della New Company torinese

FIAT ADDIO PER "SUA VOLONTA" LE TUTE BLU SUL FORCONE DEL DIABOLICO MARCHIONNE

Articolo di Teodoro Chiarelli - La Stampa

  Un bel sì o un bel no. Parla un linguaggio secco e lineare Sergio Marchionne al tavolo convocato in fretta e furia ieri in Regione a Torino dopo la decisione di trasferire la produzione del monovolume LO da Mirafiori alla Serbia. Ma che si tratti di un qualcosa di molto simile a un ultimatum lo chiarisce subito dopo lo stesso manager dal pullover nero quando ribadisce che senza un sì convinto il Lingotto sarà costretto a tagliare gli investimenti previsti nel nostro Paese. Investimenti che il progetto Fabbrica Italia quantifica oggi in 20 miliardi di euro.

Marchionne si premura però di sgombrare il campo dai timori sulle sorti dello stabilimento io torinese: «Il trasferimento Kragujevac non toglie prospettive a Mirafiori, esistono altre alternative».

E questo basta perché fra politici e sindacalisti (Cgil e Fìom esclusi) sparisca la paura. Tanto da spingere il ministro Maurizio Sacconi (Welfare) a invitare solennemente «le parti a evitare atti unilaterali» e ad annunciare che il 15 settembre si parlerà di Termini Imerese.

Sacconi aggiunge anche che «verranno messi a punto singoli tavoli bilaterali, stabilimento per stabilimento».

Il numero uno di Fiat conferma il piano di Fabbrica Italia, ma in cambio chiede ancora una volta certezze sulla gestione e il funzionamento degli impianti.

«Dobbiamo assicurarci che ci siano le condizioni per cui quelli che non sono d`accordo non blocchino la maggioranza dei dipendenti Fiat». «C`è solo una cosa su cui è necessario pronunciarsi -insiste Marchionne al tavolo - E decidere se avere una forte industria dell`auto in Italia oppure lasciare questa prerogativa ad altri paesi. Non servono fiumi di parole per questo.

Ci sono solo due parole che, al punto in cui siamo, richiedono di essere pronunciate. Una è sì, l`altra è no». Marchionne poi precisa: «Se in Italia non è possibile contare sul fatto che chi assume un impegno lo porta avanti fino in fondo, dovremo andare altrove. Non ci sono alternative.

Chi interpreta questa come una minaccia non ha la minima idea di che cosa significhi competere sul mercato».

All`ultimatum dell`Ad di Fiat, risponde a stretto giro di tavolo la Cisl. «Noi diciamo a Marchionne che, per quanto ci riguarda, la risposta è sì, senza se e senza ma. E questo vale anche per l`accordo con Pomigliano - afferma il segretario generale Raffaele Bonanni - Vogliamo però che Marchionne faccia chiarezza sul fatto che le modalità di investimento rimarranno nel perimetro delle regole del nuovo sistema contrattuale che abbiamo costruito».

Per il leader della Uil Luigi Angeletti non ci sono più alibi o scuse: «Abbiamo bisogno di vedere riconfermato l`impegno a incrementare gli stabilimenti italiani: la Fiat ci dica quali sono le condizioni». Il numero uno della Cgil Guglielmo Epifani sostiene che «nessuno vuole una conflittualità permanente: serve lavorare insieme per investi- re in Italia senza carri armati, riprendendo il confronto e gestendo l`eventuale dissenso».

Sul fronte politico, un sorridente Roberto Cota, presidente leghista del Piemonte, giura che «è stato un incontro positivo perché Marchionne ha riaffermato le previsioni contenute nel piano di Fabbrica Italia: crescita della produzione di auto sul nostro territorio per il quale ha delineato un futuro industriale».

Soddisfatto anche il sindaco Sergio Chiamparino (Pd): «Abbiamo avuto con chiarezza la conferma che per Mirafiori sono previsti altri modelli Fiat, forse anche di gamma più adeguata a uno stabilimento che comunque è il quartier generale europeo del gruppo».

Meno ottimista il presidente della provincia di Torino Antonio Saitta (Pd): «Non sono tranquillo. Sul futuro di Mirafiori, che a noi enti locali interessa più di tutto, non avremo certezze fino a quando il tema della politica industriale sull`auto non sarà trattato con realismo e buon senso».

  

"ASPETTO UNA RISPOSTA

O SI O NO"

         

 Abbiamo passato gli ultimi tre mesi, da quando la Fiat ha presentato Fabbrica Italia, tra scioperi, cortei, commenti e dichiarazioni. E temo che potremmo andare avanti all’infinito in questo modo. Per questo vorrei essere estremamente chiaro e diretto. C’è solo una cosa su cui è necessario pronunciarsi: se avere una forte industria dell’auto in Italia oppure lasciare questa prerogativa ad altri Paesi. Ci sono solo due parole che richiedono di essere pronunciate: una è «sì», l’altra è «no».

«Sì» vuol dire modernizzare la rete produttiva italiana per darle la possibilità di competere. «No» vuol dire lasciare le cose come stanno, accettando che il sistema industriale continui a essere inefficiente e inadeguato a produrre utili e quindi a conservare o ad aumentare i posti di lavoro. La scorsa settimana Fiat ha approvato i risultati del secondo trimestre, risultati che hanno sorpreso il mercato e ci permetteranno di rivedere al rialzo gli obiettivi per l’anno. Quello che non è noto è che l’unica area del mondo in cui l’insieme del Gruppo Fiat è in perdita è l’Italia. Lo è stata nel primo semestre di quest’anno e in tutto il 2009. E quando si perde non si possono distribuire premi sui risultati perché l’utile proviene dal resto del mondo e non dall’Italia. Fabbrica Italia è nata per sanare le inefficienze del nostro sistema industriale. (...) Fabbrica Italia è nata dalla nostra volontà di trasformare l’Italia in una base strategica per la produzione e le esportazioni di vetture.

Non è un accordo, è un nostro progetto: non è stato concordato né con il mondo politico né con il sindacato. Per questo è incredibile la pretesa che ho sentito più volte rivolgere alla Fiat di rispettare un presunto «accordo». Non c’è stato nessun accordo, al di là di quello per Pomigliano. Fabbrica Italia è una nostra iniziativa, perché - da multinazionale che gestisce attività in tutto il mondo - conosciamo bene la realtà che sta al di fuori del nostro Paese. Sarebbe stato molto più semplice guardare ai vantaggi sicuri che altri Paesi possono offrire. La corsia per venire in Italia ad aprire un nuovo insediamento è drammaticamente vuota. Questa è la verità.

La verità è che la Fiat è l’unica azienda disposta a mettere 20 miliardi in Italia, una cifra che equivale quasi alla manovra di cui si discute in questi giorni. La sola cosa che abbiamo chiesto è di avere più affidabilità in fabbrica. Da qualcuno ci siamo sentiti rispondere che stiamo ricattando i lavoratori, violando la legge o addirittura la Costituzione. Non voglio più commentare assurdità del genere. Se è un gioco politico, la Fiat non può e non vuole farne parte. Se si tratta solo di pretesti per lasciare le cose come stanno è bene che ognuno si assuma la propria responsabilità, sapendo che Fabbrica Italia non può andare avanti e che tutti i piani e gli investimenti previsti per l’Italia verranno ridimensionati. Abbiamo solo bisogno di chiarezza: o «sì» o «no».

Qualunque sia la risposta, la Fiat è disposta a gestire entrambe le scelte. Siamo un’impresa internazionale capace di modellare le strategie di fronte a qualunque circostanza. Nel fare questo non abbiamo mai chiesto soldi a nessuno e non chiederemo aiuti o incentivi. Stiamo ancora aspettando dallo Stato metà dei rimborsi legati agli eco-incentivi che abbiamo finanziato noi direttamente ai clienti nel 2009. Chiediamo solo certezze. Se scegliamo la strada del «sì», deve essere un «sì» definitivo e convinto. (...)

La nuova Panda

Decidere di portare la nuova Panda a Pomigliano non è la soluzione ottimale da un punto di vista industriale o finanziario. Sarebbe stato molto più conveniente confermarla in Polonia, dove è stata prodotta negli ultimi sette anni con livelli di qualità eccezionali. Lo abbiamo fatto considerando la storia della Fiat in Italia. La trattativa che ne è scaturita è stata lunga e incerta e a volte ha preso delle pieghe assurde. Durante questo periodo - che ancora non ha visto la fine - abbiamo dovuto prendere una decisione su dove allocare il futuro modello L0 per il marchio Fiat. Assegnarlo a Mirafiori, come era stato anticipato a dicembre, era una delle tante possibilità sul tavolo. La scelta di portarlo in Serbia è nata considerando i tempi stretti. Il progetto doveva partire al più presto in un impianto che garantisse le esigenze del mercato. Considerando le incertezze del sistema italiano, era impossibile pensare di impostare questo lavoro in Italia. Questo, però, non toglie prospettive al futuro di Mirafiori: ne ha eliminata una fra molte. La gamma dei prodotti prevista nei piani del Gruppo è talmente ampia che ci sono altre possibilità a disposizione. È chiaro che più si aspetta, meno possibilità restano. Il punto è decidere se e come garantire condizioni operative che permettano di lavorare in modo continuo e normale. Si è parlato molto di come tradurre in pratica l’accordo di Pomigliano. Si può concretizzare con la costituzione di una nuova società di proprietà della Fiat. Si parla molto della possibilità che la Fiat decida la disdetta dalla Confindustria e quindi dal contratto dei metalmeccanici alla sua scadenza. Se è necessario siamo disposti anche a seguire queste strade. Ma quello che mi preme sottolineare è che la Fiat non ha nessun preconcetto sul modo in cui rendere praticabile l’accordo. Per noi la cosa importante è raggiungere il risultato. (...) Quello che vorrei fosse chiaro è che non si fanno gli interessi dei lavoratori rifiutando di modernizzare gli impianti e i metodi di produzione, di creare le condizioni per rendere un’azienda competitiva o difendendo un sistema di relazioni industriali che non è in grado di garantire che gli accordi vengano applicati. Non si proteggono le persone usandole per scopi politici o spingendole al caos nelle fabbriche. È inammissibile tollerare la mancanza di rispetto delle regole, l’abuso di diritti ottenuti in cambio dell’assunzione di un dovere, gli illeciti che in qualche caso sono arrivati anche al sabotaggio. Non è giusto nei confronti dell’azienda ma soprattutto non è giusto nei confronti di tutti gli altri lavoratori. (...) In ballo non ci sono solo venti miliardi di investimenti, c’è il peso della presenza Fiat in Italia. Un’occasione da non sprecare

Vorrei concludere con la stessa riflessione e lo stesso invito che ho rivolto a chi era presente, a dicembre, a Palazzo Chigi. Capita di rado nella vita che ti venga data una seconda chance. La crisi che si è abbattuta sul settore dell’auto ha fatto vittime illustri. La colpa di molti costruttori è quella di non aver reagito a un mondo che è totalmente cambiato: purtroppo è arrivata la resa dei conti. Ma non è così per la Fiat. E non è così per la Fiat in Italia. Noi oggi - grazie anche all’accordo con Chrysler - abbiamo una seconda possibilità. Possiamo ricostruire una base industriale forte nel nostro Paese. Abbiamo le spalle sufficientemente larghe per sanare gli handicap produttivi. Abbiamo l’opportunità di costruire una rete industriale in Italia che sia in grado di aumentare in modo significativo gli attuali volumi di produzione. Non sprechiamola. La sfida è possibile unendo le forze, le intelligenze, le risorse. Lo è dividendo i compiti, i sacrifici e le responsabilità. Vorremmo che, per una volta, fosse l’Italia a diventare l’esempio di come questi cambiamenti si possono realizzare con successo.

(Il testo è una sintesi del discorso pro-nunciato ieri da Sergio Marchionne a Torino)

 

Sergio Marchionne

 

 

  

 




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