Sempre più difficili i rapporti tra le forze Nato e i talebani
E' ORMAI PERDUTA IN AFGHANISTAN LA GUERRA GIUSTA DI BARACK OBAMA
Articolo di Giampaolo Cadalanu - La Repubblica
Li hanno uccisi con una trappola: una bomba da disinnescare, un´altra nascosta poco lontano, per colpire a tradimento. Sono morti così, pochi chilometri fuori da Herat, due artificieri italiani chiamati dalla polizia afgana per la bonifica di una strada. Sulla carta doveva essere un´operazione come tante altre del passato: la segnalazione, le procedure di sicurezza, il disinnesco dell´ordigno artigianale. Mauro Gigli, "maresciallo anziano" e capo del nucleo di bonifica, considerato uno dei più esperti artificieri italiani, e il suo collega Pierdavide De Cillis, anch´egli veterano apprezzato, si erano messi al lavoro con gli strumenti di sempre: perizia e coraggio.Dovevano staccare fili, alleggerire contatti, spostare detonatori, come sempre. Sotto la tuta protettiva, che miracoli non può fare, non c´è il tempo di pensare a nulla, dicono gli esperti. È un duello con l´abilità degli altri, la posta è la vita. Il resto, le altre minacce, le procedure, la sicurezza, in quel momento sono messi da parte, chiusi in una zona sigillata della coscienza, dove già da tempo anche la paura è tenuta prigioniera, perché non faccia tremare le dita nel momento sbagliato. È l´armadietto della sofferenza: the Hurt Locker, come lo chiamano i colleghi americani, immortalati nel film di Katryn Bigelow.
I due italiani lo hanno vinto, quel duello. La bomba era disinnescata, forse avevano appena tirato un sospiro di sollievo. Restava da fare un controllo tutto intorno. Ed è stato allora che è esploso il secondo ordigno, il colpo a tradimento, che ha ucciso gli artificieri, ferito il capitano Federica Luciani e un civile afgano. Non avevano abbassato la guardia, senza dubbio: sapevano che poteva esserci un´altra bomba. Ma sapere a volte non basta.
La tecnica delle due bombe è uno dei lasciti più significativi di Al Qaeda agli "insorti" afgani, Taliban o criminali comuni che siano. Non è necessariamente una firma della rete di Bin Laden, quanto meno se si crede all´intelligence, che considera marginale la presenza di miliziani qaedisti in Afghanistan. Ma è un insegnamento che gli studenti coranici hanno adottato subito, così come le lezioni sugli attentati kamikaze seguiti dall´assalto dei commando, applicate con sanguinoso profitto a Kabul.
Gli artificieri conoscono la tecnica e adottano tutte le precauzioni possibili, pregando che bastino. Gli interventi sono preceduti dalla "messa in sicurezza" dell´area. Ogni bonifica, oltre agli artificieri e al team medico, richiede uomini per allontanare i civili. Si cerca, con l´aiuto della polizia afgana, di identificare i presenti, perché molto spesso per l´esecuzione della trappola l´attentatore deve seguire a vista i genieri, così da scegliere il momento per la seconda bomba quando loro sono esposti.
A volte il meccanismo è controllato a distanza: basta un telefonino, due squilli per chiudere il contatto e addio. Gli uomini della coalizione Isaf usano i "jammer", costosissime macchine capaci di fermare le trasmissioni radio per un´area di diverse decine di metri? I Taliban hanno pronta una risposta a bassa tecnologia e costo irrisorio: un cavo che serva a collegare l´esplosivo a un telefonino piazzato più lontano, giusto fuori della portata degli apparecchi di disturbo.
Le tecnologie contro il medioevo, o giù di lì. Forse, lo sapremo nelle prossime ore, è stato proprio un pezzo di filo elettrico assassino a portare il messaggio di morte per i due artificieri italiani. E adesso anche i compagni sono più indifesi.
Il commento di Lucio Caracciolo - La Repubblica
Ieri è toccato a due nostri soldati, impegnati in una missione che il nostro governo non trovail coraggio di chiamare con il proprio nome: guerra. Peggio, una guerra di cui non sappiamo chiarire l`obiettivo, se non slittando in una retorica che suona ormai peggio che falsa, offensiva per i nostri caduti e per la nostra democrazia.
Se vogliamo dare un senso al sacrificio dei nostri militari dobbiamo capire perché oggi stiamo molto peggio che all`inizio di questa campagna. E stabilire come uscire daunmeccanismo infernale che non siamo in grado di controllare. Noi italiani in Afghanistan ci stiamo per l'America. Mal`America non è più sicura delle ragioni per cui pensava di doverci stare.
Se prima potevamo fare l`economia di un nostro punto di vista, oggi non più. I nostri alleati l`hanno capito e stanno definendo una posizione propria, visto che quella americana è piuttosto nebulosa. Lo hanno fatto prima canadesi e olandesi, poi tedeschi e financo inglesi, tutti alla ricerca di una via e di una data di uscita dalla trappola afgana. Quanto a noi, restiamo a rimorchio di un convoglio impazzito, con diversi vagoni già deragliati.
Perché la novità degli ultimi mesi è che i militari americani cominciano a non poterne più, a non credere nella propaganda che d`ufficio sono costretti a disseminare.
I leader politici lo sanno bene, masi dividono su come affrontare l`emergenza di un conflitto invincibile. Oltre alla guerra calda, contro gli insorti, è incorso una guerra fredda fra capi militari e politici. Sul terreno questo si traduce nel caos operativo, fatto di ordini e contrordini, di scelte proclamate e subito ri- vedute, di rivalità personali e di corpo.
Prima il caso McChrystal, poi, in stretta sequenza, i 91.731 documenti più o meno segreti trapelati attraverso le larghe maglie dell`intelligence Usa, rivelano la frustrazione di chi sta al fronte senza sentirsi le spalle coperte. Anzi, teme di finire vittima delle faide di Washington. E dunque vorrebbe andarsene al più presto.
Questo clima può contribuire a spiegare una tale fuga di notizie riservate: un modo scelto da alcuni militari per alimentare lo scetticismo dell`elettore americano, per sbattere in faccia ai decisori i fatti e non le pietose bugie che amano ripetere, ad esempio riguardo all`"alleato" pachistano.
Difficile bere la favola della talpa ventiduenne incistata in una base a nord di Bagdad, che avrebbe trasmesso quella miniera di informazioni classificate all`attivista australiano Julian Assange, sulfureo capo di WikiLeaks.
Le dimissioni dell`ex comandante del fronte afgano scelto da Obama e le rivelazioni del sito pirata sono le punte emerse della furibonda battaglia intestina che sta scuotendo l`intera Amministrazione, nei suoi centri nervosi militari e politici.
I rapporti pubblicati da WildLeaks non cambiano il quadro afgano-pachistano già noto al pubblico più accorto, ne accentuano solo le tinte fosche. Ma hanno un notevole impatto politico-mediatico.
Perché illustrando con inediti dettagli il fallimento afgano, demoliscono il teatrino che Obama stava allestendo per fingere di vincere la guerra persa. Il "cambio di strategia" partorito a fine 2009 dopo mesi di scontri fra le diverse branche dell` amministrazione e fra i troppi Napoleoni che si affrontano negli alti comandi delle Forze armate Usa, aveva infatti un solo obiettivo: "oscurare" l`Afghanistan prima dell`inizio della campagna presidenziale del 2012.
Il cuore della famosa contro insurrezione- la bibbia strategica di Petraeus e McChrystal - consiste infatti nell`imporre la propria "narrativa", ossia la propria propaganda, come vera.
Una paradossale controinformazione ufficiale. Obiettivo: trasformare qualche successo tattico in Vittoria, fingere di aver allestito uno Stato non indecente a Kabul, e ritirare il grosso delle truppe prima del voto. Non molto diversamente da quanto Bush aveva immaginato di fare appena presa Bagdad.
L`ironia della storia vuole che oggi Bush possa apparire come colui che ha raddrizzato in extremis la disastrosa guerra mesopotamica - la "guerra sbagliata" secondo Obama - mentre l`attuale inquilino della Casa Bianca è additato come responsabile di un disastro maturato sotto il suo predecessore, come martellano le rivelazioni di WikiLeaks. Percezione accentuata dal fatto che Obama ha subito fatto sua la "giusta" guerra afgana, quando già appariva perduta, mentre criticava la campagna irachena, anche quando a Baghdad l`orizzonte pareva schiarirsi (o meglio, la controinformazione ufficiale ne offriva con successo, e con qualche fondamento, una fotografia rassicurante).
Obama sperava di potersene andare avendo salvato la faccia con qualche successo modesto ma ben rivenduto. Come ad esempio la troppe volte annunciata e poi rinunciata presa d Kandahar, eretta a Berlino talibana. Il guaio è che il trucco non funziona. Il teatrino non è credibile.
La ribellione di McChrystal e le rivelazioni affidate a WikiLeaks dimostrano che la posta in gioco non è più la sconfitta o la vittoria, ma la responsabilità della sconfitta. Il cerino è acceso e sta girando di mano in mano, tra Casa Bianca, Pentagono, Dipartimento di Stato e dintorni.
Su questo sfondo, suona sempre più patetica la tesi per cui la nostra presenza in Afghanistan serva a impedire che visi installino i terroristi. Come confermano in abbondanza i documenti dell`intelligence Usa, non solo la campagna ha rafforzato i Taliban, ma ha contribuito a destabilizzare il Pakistan. Più che nelle caverne o nelle gole afgane, è nel vespaio pachistano che bisognerà scavare, se davvero intendiamo limitare il rischio, mai sradicabile, di un nuovo 11 settembre.
Rischio aumentato, non diminuito, dalla guerra in corso. Un giorno, temiamo non vicino, ce ne andremo. Non perché avremo compiuto la missione (quale?). Per esaurimento. Con questa inerzia, dall`Afghanistan non ci ritireremo: lo evacueremo.